Ansia e Paura di volare: racconto di un ricordo.

Sembrerà strano ma alle volte i grandi desideri nati dalle fantasie di  bambino poi, una volta diventati adulti, proprio quando si stanno per realizzare si tramutano in ansia, paura e alle volte panico.

Da piccolo il gioco che più mi intrigava era quello di seguire gli aerei mentre passavano sopra la mia casa. Li inseguivo correndo per qualche decina di metri urlando, affascinato, ogni volta, dal rumore dei motori, dalle eliche che mi sembrava di veder girare ed il mio naso restava incollato al cielo fino a che quel luccicante oggetto spariva.

Un mio amico di giochi mi ripeteva spesso, con un pizzico di orgoglio, che quando si recava dalla nonna, riusciva a vedere gli aerei così da vicino da distinguere persino i passeggeri.

Fu proprio il giorno del mio quarto compleanno che, con il ricatto di non dargli neppure un pezzettino della mia torta, convinsi il mio amico di giochi a portarmi verso la casa della nonna.

Quella mattina di novembre, così piena di sole, con la tramontana che pungeva le guance e con l’incoscienza tipica di quell’età ci incamminammo verso una meta sconosciuta indicata solo dalla rotta degli aerei che, evidentemente in fase di atterraggio, andavano verso l’aeroporto.

La storia dice che proprio mentre cercavamo di salire la scaletta che portava dentro la pancia dell’aeroplano, un omone in divisa, insospettito da questi due bambini che seguivano una coppia troppo anziana per avere due figli così piccoli o per chissà quale altra banale curiosità si interessò a noi chiedendoci dove stavamo andando.

Rispondere: – “a comprare il latte” – e darcela a gambe fu tutt’uno.

Lascio alla fantasia del lettore i risvolti del finale di questa storia che nei miei ricordi si confondono tra sogno, fantasia e realtà.

La mia prima fuga era durata dodici ore mettendo in subbuglio un intero quartiere, lasciando tutti nella paura, compresa mia madre che, al mio risveglio, con una insolita dolcezza, mi chiese solo in quale modo fossimo riusciti ad arrivare così lontano da casa.

Passarono da allora altri ventitre anni prima che il sogno del “bambino” ed il mio “battesimo del volo” potessero realizzarsi.

Anche in quell’occasione c’era il sole ed una tramontana che sferzava il viso.

Ero eccitato all’idea che finalmente avrei potuto salire su un aereo vero. Avevo chiesto un posto vicino al finestrino per poter meglio vedere il mondo dall’alto.

Che grande emozione sentire il rombo dei motori e cominciare a veder correre le cose dal mio posto così privilegiato.

E finalmente si vola.

Quasi d’incanto tutto comincia a diventare più piccolo e poi d’un tratto……

“Dio! Si è fermato!” – sottovoce mi dico, e la mia voce mi rimbomba nella testa come se avessi urlato.

Chissà per quale strano effetto ottico, in effetti, l’aereo sembrava sospeso in aria e la terra, le cose, le auto laggiù in fondo erano drammaticamente ferme.

“Cazzo! Precipita” mi ripeto ed il cuore comincia tumultuosamente a farsi sentire, a battere forte ed il mio respiro….

“Oddio forse non respiro più”.

Poi comincio a capire. L’aereo non cade anzi guadagna quota. Era solo un effetto ottico.

Ma ormai la paura mi teneva e le mie mani erano aggrappate a qualcosa.

Sì, le mie mani: la sinistra stava aggrappata a qualcosa di duro forse il bracciolo del sedile e l’altra stringeva un appiglio consistente ma molto più morbido.

Mi giro e guardo.

Una signora sorridente ma visibilmente preoccupata mi fa notare che il braccio comincia a dolerle e vorrebbe riprenderne il possesso.

Da quel momento mi sono chiuso in un silenzio tombale, correndo appresso al pensiero che prima o poi avremmo dovuto atterrare e quel finestrino così “scomodo” mi avrebbe avvertito di qualunque anomalia costringendomi a vedere l’avvicinamento a terra ed io sarei stato il primo ad accorgermi del disastro nel caso in cui fossimo precipitati.

Stavo male e nessuno poteva aiutarmi!

Stavo male e non c’era un medico!

Stavo male e non potevo scendere da quel maledetto aereo!

Per tutte le due ore e trentasette minuti di volo rimasi al mio posto con lo stomaco contratto ed una voce dentro che ripeteva continuamente che il ritorno l’avrei fatto in nave, in auto, in bici ma mai più in aereo.

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